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Possibile la riattribuzione di sesso senza intervento

La Corte Costituzionale, con la pronuncia n. 221 resa in data 5 novembre 2015, è stata chiamata a pronunciarsi in merito alla legittimità dell'art. 1, comma 1, della legge 14 aprile 1982, n. 164, inerente Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso.

La questione era stata sollevata dal Tribunale ordinario di Trento che, con ordinanza resa il 20 agosto 2014, aveva eccepito come la predetta norma si ponesse in contrasto con gli artt. 2 e 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 8 della CEDU, poiché la previsione della necessità, ai fini della rettificazione anagrafica dell'attribuzione di sesso, dell'intervenuta modificazione dei caratteri sessuali primari attraverso trattamenti clinici altamente invasivi pregiudicherebbe gravemente l'esercizio del diritto fondamentale alla propria identità di genere.

Il giudice di merito aveva altresì denunciato il contrasto con gli artt. 3 e 32 Cost., per l’irragionevolezza insita nella subordinazione dell’esercizio di un diritto fondamentale, quale il diritto all’identità sessuale, al requisito della sottoposizione della persona a trattamenti sanitari (chirurgici o ormonali), estremamente invasivi e pericolosi per la salute. Opportuno, in proposito, è ricordare come la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia riconosciuto il diritto all’identità di genere come pienamente rientrante nella tutela prevista dall’art. 8 della CEDU, che sancisce il rispetto della vita privata e familiare.

La Corte Costituzionale ha quindi evidenziato come la norma in esame costituisca “l’approdo di una evoluzione culturale ed ordinamentale volta al riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona”. Richiamando la propria giurisprudenza ha altresì affermato come debba essere accolto un concetto di identità sessuale “nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero naturalmente evolutisi (…), ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale” (Corte Cost. sent. n. 161/1985).

Il mancato riferimento testuale alle modalità attraverso le quali si realizzi la modificazione – riferendosi l’art.1, 1, comma 1, della legge 14 aprile 1982, n. 164 unicamente a “intervenute modificazioni dei caratteri sessuali” – porta, secondo la Corte, ad “escludere la necessità ai fini dell’accesso al percorso giudiziale di rettificazione anagrafica, del trattamento chirurgico, il quale costituisce solo una delle possibili tecniche per realizzare l’adeguamento dei caratteri sessuali”, giungendo così a concludere che “la prevalenza della tutela della salute dell’individuo sulla corrispondenza fra sesso anatomico e sesso anagrafico porta a ritenere il trattamento chirurgico non quale prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione ma come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico”.


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Giurisprudenza Riattribuzione Di Sesso

Pubblicato lunedì 20 febbraio 2017
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